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Re: AUT: RE: Fwd: [FSE-ESF] The Truth about Sunday



Is it cause I?m cool?

per una discussione delle reti autonome di movimento sull?Esf di Londra
e sulla
sfida N/Europea



Quella che segue è una ricognizione, un bilancio (anche se ci
interessano più i
desideri che i calcoli), una lettera aperta rivolta alle reti europee
di movimento
sulle contraddittorie giornate londinesi. Si tratta di un contributo
parziale, una
presa di parola in cerca di confronto, magari una frase in una
composizione
discorsiva più ampia, da condividere con tutti i gruppi, le
singolarità, i ?corpi?
collettivi con cui abbiamo attraversato l?Esf dello scorso fine
settimana.

Non ci interessa assumere un tono vittimistico e per questo, senza
omettere nulla di
quanto accaduto domenica (fermi preventivi, violenze subite da parte
della polizia,
arresti protetti e garantiti dal servizio d?ordine dell?Esf nei pressi
del palco),
preferiamo guardare gli elementi affermativi, le discontinuità, la
tendenza di
ricerca politica che da Londra in poi i movimenti si trovano
irreversibilmente di
fronte.

Rompicapo per i ?movimenti?, appunto, e non per chi ritiene di dover
consolidare la
costituzione, tutta interna alle categorie dell?autonomia del politico,
di ?spazi
chiusi? di opinione pubblica compatibile, di società civile ad uso
delle nuove
socialdemocrazie europee! Per chi ritiene, infatti, di poter leggere in
termini
trionfalistici i 7.000-8.000 manifestanti ?reali? di Trafalgar Square -
mentre la
polizia arrestava, metteva in un angolo la samba band e il cosiddetto
carneval block
(a cui è stato impedito dalla polizia di entrare nella piazza), mentre
i fermi
preventivi della mattinata di King?s Cross mettevano fuori gioco chi la
sera prima
aveva preso parola durante la contestazione praticata dalle reti
autonome nei
confronti del Forum ufficiale (Andrea, Vittorio, un compagno greco) -
le ?cose? di
movimento parlano una lingua ormai estranea, marginale.

Quanto è accaduto a Londra conferma materialmente quanto da più parti
abbiamo
definito come l?esaurimento di un ciclo di movimento e l?apertura di
una nuova fase.
Una fase che si apre - anche se in termini non-lineari e per nulla
meccanicistici,
ma caotici, complessi - dentro l?orizzonte nuovo della guerra globale.
Quel
passaggio velocissimo che dall?11 settembre, dalla guerra preventiva di
Bush e dei
neocons, ci ha portato verso la crisi del ?golpe statunitense
nell?Impero?.
Passaggio che in tutta la sua contraddittorietà ha visto emergere forme
diverse di
resistenza e che sta, per altri versi, rimettendo al centro una
possibile
risoluzione multilaterale del ?pantano? irakeno. Si tratta di dinamiche
caotiche,
appunto, che segnano il campo di movimento nella necessità di una
ricerca nuova,
laddove l?opinione pubblica no-war (la cosiddetta seconda
superpotenza), in molti
casi, si appresta a definirsi come forza di sostegno al ?tribunato?
imperiale, a
versioni riviste dell?intervento
 umanitario. L?Esf londinese e il suo flop (nonostante i finanziamenti
e la
concentrazione di forze partitiche al proprio interno è estremamente
significativo
l?isolamento scontato: quasi nessuna delle grandi testate
giornalistiche europee -
s?intende testate giornalistiche e non giornali di partito o di
correnti di partito
? ne ha parlato!) è dato interno alla nuova dinamica imperiale ed
europea, meglio,
ha svolto il compito marginale che più gli competeva. La buona
testimonianza,
ordinata e in aria di governo, in un minestrone di sovranismo
antieuropeista e
pieno di slogan ideologici, con la tipica attitudine della tifoseria
marxista-leninista, sulla resistenza palestinese o su tutte le
resistenze mondiali
(quelle lontane, chiaramente, dalla concretezza delle metropoli europee
come Londra
dove i fermi di polizia sono più frequenti della pioggia e dove ci sono
circa
300.000 telecamere di video-sorveglianza)!

A fianco, altrove dal Forum ufficiale, a Londra si sono date
appuntamento le reti
autonome di movimento. Non hanno scelto un luogo, ma tanti luoghi: la
Middelsex
University, Candem Centre, RampaArt per citarne solo alcuni. Si è
trattato di una
proliferazione spesso dispersiva, caotica, ma con alcuni temi
assolutamente comuni:
precarietà e reddito, migrazioni, comunicazione e ricerca. Su questi
temi ci sono
stati eventi di incontro e di discussione formidabili e ricchi: la
prima assemblea
dell?europrecariato, il seminario con Michael Hardt, gli incontri
promossi dalla
rete no-borders, la presentazione dell?ultimo numero di Green Pepper.
Momenti di
convergenza tra le reti nord-europee (inglesi, danesi, tedesche,
francesi, svedesi)
e quelle euro-mediterranee (italiane, greche, spagnole). Momenti di
solida
convergenza tematica e discorsiva, di progettazione comune dentro un
quadro di
consapevolezza diffusa sulla fase nuova che ci attende e sulle tendenze
che
gradualmente si affermano sul
 terreno dei conflitti sociali europei (conflitti di precari e migranti
in primis).
Su tutto ha prevalso poi la voglia di connessione e di produzione di
un?agenda
comune che, con tutti i limiti, sia in grado di muovere oltre il
dispositivo ormai
?chiuso? e sclerotizzato dell?Esf: un grande evento di incontro sul
precariato e
sui migranti da fissare nel mese di Gennaio a Berlino, 2 aprile
giornata europea di
conflitto sui Cpt e sulle deportazioni dei migranti, le euromayday del
2005.

Tutto questo è accaduto tra un?azione e un fermo di polizia (60 fermi
in 3 giorni,
singolare no?!?), tutto questo è accaduto in una dinamica di ricerca
comune che non
è esente da critiche e che è indubbiamente segnata da forti limiti. Il
punto di
differenza tra gli spazi autonomi e l?Esf e i suoi ?apologeti? consiste
forse nel
fatto che i limiti sono stati da subito all?attenzione della
discussione politica
delle reti. Limiti che riguardano la capacità di allargamento, di
resistenza alle
sirene dell?auto-referenzialità, di costituzione di spazio pubblico.
Pur essendo
diffusa la consapevolezza

della crisi dello spazio pubblico del movimento no-global (forum
sociali), ancora
stenta a definirsi in termini pieni una via d?uscita non minoritaria.
L?incontro di
Berlino e la costituzione di un processo europeo che porti alle MayDay
2005 potrebbe
essere, da questo punto di vista, un?occasione per nulla marginale. Va
da se che le
considerazioni condivise a più riprese nelle discussioni hanno trovato
conferma
drammatica negli ?strani? fermi preventivi e chirurgici di domenica
mattina o in
quelli garantiti (quando diciamo garantiti, diciamo permessi e coperti
fisicamente)
dal cordone del forum sociale a protezione del palco in cui in tanti
avevamo chiesto
di intervenire per non far passare sotto silenzio le violenze subite.

Senza vittimismo diciamo: che si fottano! Il problema è come procedere
in avanti,
valorizzando quel patrimonio di relazioni europee che da anni ormai
abbiamo
costruito e consolidato, come costituire il nuovo spazio pubblico della
moltitudine,
come continuare ad osare e a mettere in gioco il pieno di innovazione
comunicativa e
di conflitto che abbiamo accumulato fin qui. Non ci sono scorciatoie e
se ci sono
solitamente si tratta di ?tavoli truccati?, c?è piuttosto la
sperimentazione come
metodo e sostanza del ?divenire-movimento?. A chi è convinto che a
Londra domenica
ci fossero 30.000 o 100.000 persone e che tutto procedesse liscio,
regaliamo un paio
di occhiali e rispondiamo di sì, tutto era liscio, liscio e compatibile
come lo
spazio che ricerca il comando imperiale, la guerra ordinativa interna o
esterna che
sia. Noi per attitudine resistiamo, siamo delle striature, linee di
fuga,
discontinuità, siamo felicemente e senza presunzione un?altra cosa!



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