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AUT: (It) new edition of Brecher's Strike!



Any details on a new English edition?

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  [il manifesto]                    [Clicca qui per maggiori informazioni]
 17 Febbraio 1998 =20
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I conflitti che fanno la storia

Dopo venticinque anni torna in libreria "Strike!", il libro di Jeremy
Brecher sulle lotte operaie americane. Con due nuovi capitoli dedicati agli
anni Settanta e Ottanta e una preziosa introduzione sulla globalizzazione

=46ERDINANDO FASCE -

"I L LIBRO DI BRECHER (...) rispecchia, con un esito narrativo sempre
felice, il mito americano, virile e prometeico, dell'iniziativa; gli operai,
cio=E8, non stanno zitti, non subiscono in silenzio i soprusi ed i ricatti
padronali". Cos=EC, pi=F9 di vent'anni fa, all'inizio del fatidico '77, Brun=
o
Bongiovanni presentava al lettore italiano la traduzione (curata da Bruno
Armellin e Bruno Cartosio) di un piccolo classico al di l=E0 dell'Atlantico,
Strike!, di Jeremy Brecher. Sciopero!, come gridava il titolo della
copertina nell'edizione de La salamandra, divenne anche da noi, sia pure su
un piano minore, un testo di ampia diffusione, che passava di mano in mano
fra i giovani militanti.

Come indicava Bongiovanni, questo libro sulla storia dei grandi scioperi Usa
ruotava attorno al modo spontaneit=E0-organizzazione; un rapporto che Breche=
r
risolveva privilegiando nettamente il primo elemento, non senza forzature ed
eccessi. Che tuttavia non si potevano che perdonare a questo coraggioso,
utilissimo e innovativo sforzo di sintesi su un secolo di storia del
proletariato industriale statunitense, secolo visto attraverso tutti i pi=F9
significativi episodi dell'insubordinazione di massa, dallo sciopero
ferroviario del 1877 alle lotte degli anni Sessanta. Torniamo a parlarne
perch=E9, a un quarto di secolo di distanza dalla prima edizione originale, =
ne
=E8 uscita negli Stati uniti una versione rivenduta e aggiornata (Boston,
Southe End Press Calssics, 1997), che sarebbe bello vedere tradotta presto
qui da noi.

Il soggetto sfuggente

Intanto, visto che siamo in tema di anniversari, Strike! potrebbe servire ad
esempio di come un ex leader sessantottino abbia potuto impiegare il tempo
trascorso da allora utilmente, invece che inseguendo chimere yuppistiche e
portaborsismi vari. Brecher questo quarto di secolo se l'=E8 vissuto sempre
con le antenne aperte, ha fatto ricerca storica per il grande pubblico
(musei, documentari) d'altissimo livello nelle e sulle comunit=E0 del
Connecticut dove vive, ha scritto un bel documentario sulla vicenda di
Armistad con un tot di anni di anticipo su Steven Spielberg, ha provato per
un decennio a inseguire caparbiamente il contraddittorio processo della
globalizzazione cercando di tenere insieme una prospettiva sub e
trans-nazionale, sino a darci una delle poche cose capaci di leggere le
trasformazioni economiche e sociali in corso senza perdere di vista come
sono percepite ed elaborate fuori dalle stanze dei bottoni (Contro il
capitale globale, Feltrinelli, 1996).

La nuova edizione di Strike! reca inciso nelle arterie il paradosso che ha
vissuto chi in questo quarto di secolo si =E8 trovato a fare storia del
lavoro. Ovvero, il fatto che sicuramente non abbiamo mai saputo tante cose
come adesso su un soggetto che, per=F2, non sappiamo pi=F9 come afferrare, a=
lla
luce delle tante e profonde modificazioni che lo hanno investito in pochi
anni, della crisi delle sue organizzazioni, della difficolt=E0 di trovarne u=
na
rappresentazione in qualche modo unitaria e comprensiva in una fase che =E8
pure di tanto marcata polarizzazione sociale. Certo, si pu=F2 dire, come =E8
stato fatto autorevolmente qui da noi, che si =E8 chiuso "il secolo del
lavoro" e ora si tratta di avere il coraggio di guardare avanti e immaginare
"rigidit=E0 flessibili". Ma ci=F2 non elimina il panorama di Angelus Novus n=
el
quale ci imbattiamo se solo giriamo per le periferie deindustrializzate di
citt=E0 come quella nella quale vivo, Genova. Ne elimina la sensazione che u=
n
giovane storico americano cos=EC riassumeva alle soglie degli anni Novanta:
"Riscrivere il passato sembra avere scarsa attinenza con il deserto politico
nel quale viviamo". Per questo, dice Brecher nella sua lucida, nuova
introduzione a Strike!, =E8 tanto pi=F9 necessario riattivare circuiti della
memoria rigorosi e creativi. E ripensare il complesso rapporto fra interessi
e identit=E0 singole e di gruppo, antagonismo e strutture organizzative in
maniera impregiudicata, fuori dalle chiusure aprioristiche nei confronti
dell'organizzazione sindacale in quanto tale, ma anche da una mitizzazione
di quella stessa organizzazione che finisce per fare velo alla funzione di
controllo e di blocco delle soggettivit=E0 che essa ha assunto e pu=F2 assum=
ere
in certe fasi della storia.

Potenza della memoria

E' per ripianare questi vuoti e restituire la formidabile riserva di potenza
della memoria che Brecher ha ripreso in mano il suo dattiloscritto. Non lo
ha toccato nella sostanza, cio=E8 nell'enfasi sul tema cruciale della capaci=
t=E0
di azione autonoma che la gente seppe mostrare nel 1877, nel 1886, nel primo
dopoguerra mondiale e poi via via nelle grandi lotte degli anni Trenta, sino
alle pi=F9 recenti agitazioni. Ha tolto alcune considerazioni generali, che
rischiavano di suonare generiche sotto il peso delle tante ricerche,
quantitative e qualitative, che nel frattempo si sono accumulate sugli
scaffali, intorno al rapporto tra gli scioperi di massa e la creazione di
una societ=E0 nuova. Ma ha ribadito il significato di presa di parola, di
interruzione della routine, di costruzione di identit=E0 e senso che le
agitazioni ebbero per tanti individui, chiusi altrimenti nei loro mondi
familiari ed etnici. Ha aggiunto un bel capitolo sulle lotte degli anni
Sessanta; un capitolo che serve a confermare un discorso gi=E0 fatto da
Cartosio e Martin Glaberman sulla faccia operaia della domanda di
partecipazione democratica che infiamm=F2 le piazze d'oltre Atlantico nella
protesta anti- Vietnam. Ha aggiunto un bellissimo capitolo sui limiti, ma
anche sul potenziale, dei conflitti degli anni Ottanta, che pure segnano una
caduta verticale della forza d'urto che i lavoratori avevano saputo mostrare
ancora solo nel decennio precedente. E' un capitolo che dovrebbe essere
letto anche qui da noi perch=E9 vi si vedono illustrate nuove strategie e
tecniche di lotta, tra le quali spiccano quattro aspetti che dovrebbero
formare materia di seria discussione per tutti quanti. Il primo =E8
rappresentato dalle battaglie per l'autoregolazione di ritmi e procedure nel
settore dell'auto a Saint Louis, con tecniche di informazione costante tra
tutta la forza-lavoro a livello di singolo impianto che ricordano e superano
la "contropianificazione d'officina" degli anni Sessanta e Settanta.

Boicottaggio

Il secondo sono le campagne di boicottaggio e controinformazione contro
alcune grandi imprese; campagne come quella che ha portato recentemente al
successo i dipendenti della United Parcel Service, la grande corporation
postale privata. Un successo, questo, legato in primo luogo a un efficace e
non effimera operazione di comunicazione, che ha scrollato di dosso al
sindacato l'immagine di corporazione impegnata a difendere i privilegi degli
iscritti "garantiti" e ha invece creato un profondo senso di unit=E0 tra i
lavoratori pi=F9 giovani e precari e gli utenti, le loro famiglie, i
quartieri. Il terzo aspetto sono le iniziative di solidariet=E0 fra segmenti
operai e sindacali ed enti e istituzioni pubblici e privati (chiese,
volontariato, enti locali) per una gestione democratica e partecipativa dei
processi di riconversione. Il quarto tema sono le iniziative di solidariet=
=E0
trasnazionale, che coinvolgono organismi di rappresentanza sindacale di un
qualunque posto degli Stati uniti e i loro corrispettivi delle aree
messicane nelle quali sono finite le fabbriche e il lavoro che prima erano
stanziati nel territorio statunitense e che continuano a essere gestiti
dalle stesse multinazionali Usa.

Tutto questo =E8 raccontato senza trionfalismi, anzi con piena consapevolezz=
a
della debolezza del mondo del lavoro, delle radicali mutazioni genetiche che
lo hanno attraversato e lo attraversano, delle barriere etniche, di razza,
di genere che lo dividono al suo interno. Una sola deviazione da una linea
espositiva altrimenti, soprattutto negli ultimi capitoli, particolarmente
sobria e controllata, Brecher se la concede nelle righe conclusive. L=E0 dov=
e
scrive che "E' possibile che, nell'era della globalizzazione, questo
processo di lotte appartenga solo al passato. Non contateci". Sapremo
tenerci da conto esempi cos=EC generosi e concreti di come mettersi "con le
spalle al futuro" prima di infilarci nei meandri del nuovo millennio?

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