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Bologna meeting part 3



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STATO NAZIONALE E MONDIALIZZAZIONE

1. Negli ultimi vent'anni lo scenario mondiale e' interamente cambiato. Eventi come la guerra del Golfo, il dissolvimento dell'Urss, la guerra nell'ex Iugoslavia, ne sono la testimonianza.  Tuttavia, questi sono piu' fenomeni che causa dei nuovi assetti di potere nel mondo. La radice profonda essendo nella mondializzazione dell'economia che come un uragano ha spazzato via la vecchia composizione di capitale e di lavoro, modificato gli assetti medesimi della proprieta', dell'organizzazione e del mercato della forza-lavoro. Niente e' piu' uguale a prima. Nella sua corsa il capitale ha sovvertito il rapporto spazio-tempo produttivo per rifondare il proprio comando sulla societa'.
Nell'epoca fordista lo spazio produttivo e lo spazio sociale erano interni ad una visione nazionale dello sviluppo. Il welfare era la traduzione dello sviluppo secondo i tempi della lotta di classe tra capitale e lavoro. Il primo ricomponeva il proprio comando nello stato, il secondo nella figura dell'operaio-massa. Entrambi erano interni ad una visione statalista. La dialettica capitale-lavoro (cioe' le organizzazioni storiche del movimento operaio ufficiale) era data dal fatto che l'elemento comune risiedeva nell'estensione della base produttiva, laddove il mercato interno costituiva un aspetto fondamentale. L'estensione del consumo alle classi popolari risultava, in altre parole, un interesse comune sia del capitale che dei sindacati. Pertanto, nella sua versione riformista il capitale cercava di arginare la forza della classe operaia utilizzando il welfare quale fonte di consenso necessario per organizzare lo spazio sociale e per garantirsi i livelli di sfruttamento piu'!
 o men
o adeguati della forza-lavoro. Welfare che nasce per compatibilizzare un preesistente conflitto di classe, che crea la base economica e politica da  cui sindacati e partiti potessero partire per tradurre le richieste di potere che venivano dal basso con l'opera compensatrice della spesa pubblica, i servizi, ecc., tutte quelle forme del salario indiretto che oggi si vorrebbe del tutto eliminare. L'ideologia dello sviluppo, ovvero dell'interesse nazionale, la strategia dell'alleanza tra i produttori, verra'  travolta dall'irruenza della lotta operaia e proletaria e quindi il welfare dimostrera' tutta la sua impotenza nell'assolvimento della sua funzione precipua di controllo della forza-lavoro.
La risposta del capitale alla crisi del welfare e' sotto gli occhi di tutti. E' stata quella di far saltare i meccanismi  che presiedevano alla sua costituzione, accelerando l'unificazione del mercato mondiale, creando di conseguenza la mobilita' di tutti i suoi fattori: dalle risorse, alla forza-lavoro, finendo per riplasmare l'intera struttura della produzione e della sua organizzazione.   Liberalizzazione, deregolamentazione e privatizzazione, sono state le tre armi vincenti che hanno permesso al capitale di entrare nell'era della mondializzazione. Ma hanno messo in crisi anche lo stato nazionale.
Lo stato nazionale, beninteso, e' ancora essenziale allo sviluppo capitalistico. E' sufficiente richiamare l'organizzazione pianificata dell'economia dei paesi della fascia del Pacifico,  Cina, Taiwan, Singapore, ecc, per non parlare dei paesi occidentali, per ricordare  che storicamente l'intervento dello stato nell'economia e' l'unico metodo finora escogitato per l'industrializzazione di una nazione. Diciamo, allora, che liberismo e mondializzazione dei mercati hanno determinato una situazione affatto diversa che si puo' sintetizzare in due punti.
a) Lo stato moderno si afferma per realizzare la massima unita' e coesione politica di un determinato territorio per lo sviluppo del modo di produzione capitalistico. La sua sovranita' si fonda sul suo compito storico che e' quello di unificare il mercato interno e, poi, di svilupparlo, allargando progressivamente la base del consumo delle merci. Nella fase attuale, invece, il capitale ha travalicato i confini prima necessari al suo sviluppo, giungendo a porre la contraddizione tra stato  nazionale e organismi internazionali. Lo stato si e' di fatto quasi svuotato, avendo trasferito altrove gia' da tempo diverse sue funzioni essenziali - sul piano giuridico, economico, politico. Non c'e' piu' il potere di imporre dazi, per es.; comincia ad essere limitato quello di battere moneta, vengono dal F.M.I.  le direttive per le politiche da seguire circa il debito pubblico, il volume delle spesse sociali; da tempo, inoltre, le alleanze militari sottraggono ai singoli stati la dispon!
ibilita' delle forze armate,  e co
si' via. Senza volere approfondire in questa sede la pressoche' totale perdita di sovranita' da parte degli stati del Sud del mondo, ivi compresi i paesi dell'ex blocco socialista, i quali vedono elaborare nelle sedi del F.M.I. e della Banca Mondiale l'intera evoluzione della loro economia.  In  questo quadro, si vede bene come il concetto di sovranita'  per lo stato sia fortemente in declino. Si puo' dire che essa passa  al capitale.  Ormai gli spazi vengono comanda
ti direttamente dal mercato, dalle multinazionali, dal capitale finanziario, che hanno un potere non soggetto ad alcuno, ma libero da qualsiasi controllo.  Il capitale, dunque, saltata la mediazione statale, acquista esso medesimo poteri sovrani su territori e popolazioni che prima erano dello stato nazionale. I confini vengono cosi' ridisegnati, vengono stravolte le vecchie formulazioni del tipo Primo Mondo, Terzo mondo, ecc. Lo sviluppo oggi e' piuttosto regionale che nazionale; il capitale, anche con l'arma del federalismo, e' alla ricerca di inedite forme di cooperazione tra quelle regioni che piu' rispondono ai criteri dello sviluppo globalizzato, cio' indipendentemente dall'appartenenza delle medesime ai vari stati nazionali.
b) Tuttavia, lo stato nazionale conserva ancora necessariamente una serie di funzioni. Una funzione e' quella di garantire la base da cui il capitale parte per la conquista dei mercati internazionali e per le sue strategie di globalizzazione. L'impegno finanziario necessario per la permanente ristrutturazione e modernizzazione del capitale sotto molteplici forme viene dato dallo stato nazionale. Le strategie per garantire stabilmente le risorse finanziarie vanno dalla riduzione drastica della spesa sociale per servizi alla  formazione del  mercato delle pensioni integrative...
Lo stato, insomma, nel mentre si libera delle funzioni che connotavano il welfare, assume una caratteristica dal duplice volto: da un lato, mette in campo tutti gli strumenti per aumentare le risorse disponibili, essendo l'imperativo categorico quello di sostenere a tutti i costi il capitale nell'arena mondiale; dall'altro lato, conseguentemente, deve assumere piu' di prima un carattere repressivo in generale, sia in quanto rivolto alla creazione di  un clima drammatico di debito pubblico con conseguenti politiche di austerita', oppure alla costituzione di una forma-stato avente caratteri di federalismo (che sottintende diversi e opposti sviluppi regionali), sia in quanto deciso a potenziare le classiche funzione di controllo e di polizia. Onde per cui la definizione stato di polizia prende connotazioni e sfumature sinistramente nuove e attuali. Crisi della forma-stato del welfare e mondializzazione sono, dunque, strettamente connesse.
L'unificazione del mercato mondiale inaugura un processo affatto nuovo e si fonda sul fatto che la riproduzione sociale viene perdendo la sua forma storica tradizionale. La conseguenza e' che teoria e pratica del conflitto devono individuare le forme nuove in cui  il processo di riproduzione sociale si  genera e si riproduce in forma allargata: esse affondano le loro radici nella globalizzazione dei mercati piuttosto che nel  mercato nazionale.

2. La globalizzazione finanziaria
In primo luogo c'e' la globalizzazione dei mercati monetari e finanziari. Sui soli mercati di New York, Tokyo e Londra i valori giornalieri delle transazioni in valuta sono stimati superiori ai mille miliardi di dollari. Il dato significativo e' la composizione di queste transazioni. Circa il 18% di queste sono il prodotto del commercio internazionale o dell'investimento. Il restante 82% e' speculazione pura e semplice il cui solo scopo e' profittare sui movimento dei tassi di cambio.
Questa speculazione internazionale e' un aspetto essenziale del liberismo quale arma del capitale. Infatti, l'attacco speculativo si rivolge contro quelle valute di paesi che non si sottomettono ad una rigida disciplina nel controllo della finanza pubblica, e contro quei governi che cedono a pressioni di  spesa sociale, o che mostrano debolezza nella gestione di programmi di risanamento.
E' un circolo infernale. Se un paese non e' sulla via della ristrutturazione di bilancio, sulla via del taglio del debito pubblico, e specialmente di quelle componenti che entrano nel salario sociale, esso viene penalizzato da fughe di capitale, dal crollo del tasso di cambio della moneta nazionale, dal rincaro delle importazioni e quindi, in  un contesto in cui le importazioni sono inelastiche rispetto al prezzo, da aumento delle spinte inflazionistiche e da una diminuzione del reddito reale dei lavoratori, reddito sempre meno indicizzato rispetto all'inflazione. Se, d'altra parte, un paese e' sulla via di una "sana ristrutturazione" del bilancio pubblico, se tagli sostanziali al welfare vengono introdotti con successo, allora esso viene premiato, la fiducia degli speculatori internazionali garantita, la moneta stabilizzata o  rafforzata.
E' chiaro  come l'esistenza di questi vincoli finanziari assumano un significato di classe e siano funzionali alla gestione del saggio di sfruttamento in un paese. In questo contesto concretamente si vede come la globalizzazione abbia limitato di fatto la sovranita' nazionale, per quanto riguarda gli spazi di manovra delle politiche monetarie e fiscali. Ma si vede pure che gli stati nazionali non hanno esaurito, ma anzi accentuato la loro funzione di controllo, di  polizia e di pianificazione della forza-lavoro. Infatti, essi fanno di queste funzioni il loro asse strategico centrale.
La gestione dei tagli alla spesa pubblica non e' sintomo della mancanza di una politica economica nazionale,  e' invece proprio il contrario. Lo stato tende a gestire sempre piu' il capitale variabile della nazione gestendo il salario sociale, garantendo il passaggio a forme pensionistiche private - e dunque la creazione di risparmi investibili in borsa e  nei flussi speculativi - la privatizzazione di servizi essenziali, e quindi la loro mercificazione, la creazione di un sistema educativo - spesso in combutta  con le imprese - adeguato per far fronte alla concorrenza internazionale. In questo quadro, all'interno delle singole realta' nazionali, la politica economica si presenta come adeguamento ad un'oggettivita' esterna, e i governi si fanno profeti del vincolo capitalistico come vincolo esterno, oggettivo, immutabile. Ma a dimostrare che non di oggettivita' si tratta, negli ultimi tempi lo dimostrano le lotte in Belgio e soprattutto in Francia. Queste ultime hanno  messo!
 sul tappeto la legittimita' del c
rescente atta
cco alla spesa pubblica, nella sua componente sociale, dei paesi europei.. Qualora si pensi al duplice obiettivo che ogni paese dovrebbe raggiungere, secondo gli accordi di Maastricht, e cioe' il deficit publico al 3% del PIL e il debito al 60%, si comprende bene come la sostanza strategica di una moneta unica stia tutta nella regolamentazione del ciclo economico, in scelte che sono politiche. Se poi si  osservi che nemmeno la Germania puo' vantare un tale primato, e' facile prevedere che nel prossimo futuro  si prospetta o una ritirata strategica su altri obiettivi o un attacco ancora piu' massiccio a livello europeo sul fronte della spesa.
I prossimi due anni sono dunque di importanza cruciale per definire i rapporti di forza tra le classi in Europa. Le lotte in Francia e in  Belgio sono un indizio di come le cose si stiano muovendo in una direzione promettente. E' opportuno ricordare la sostanza strategica di una moneta unica europea. Se la Germania ha successo ad imporre stretti limiti fiscali agli altri paesi che saranno entrati nell'arena di una moneta europea, in caso di recessione, tutto il peso dell'aggiustamento ricadra' sulla produzione e sui posti di  lavoro.  Cio' che si prospetta quindi e' una zona europea nella quale tutto il peso dei meccanismi recessivi ricade sul mercato del lavoro. Maggiore flessibilita', dunque, e precarizzazione del lavoro e della vita, disoccupazione, impoverimento. In questo contesto, bisogna scegliere bene la strategia di lotta. Infatti, non e'  la semplice difesa dello stato sociale che alla fine puo' pagare. Nel senso  che se essa rimane una parzialita', e' destinata a !
fallire. Invece, quello che conta
e' il respiro di progetto politico che la composizione di classe si deve dare, progetto che deve aver al centro la demistificazione dell'operazione del capitale. Cio' che va svelato e' che e' il capitale a rappresentare il vincolo. Da questo punto di vista, le alternative sono o liberismo, leggi strategia per l'aumento del saggio di sfruttamento sociale, o  la riduzione
del saggio di profitto sociale.
Il problema e' strettamente politico. Cioe' di lotta tra le classi.  Il problema non si risolve, nella gestione capitalistica della crisi, richiamando in vita le politiche keinesiane. Da questo punto  di vista, una gestione del capitalismo stile keynesiane e' impensabile, non tanto perche' aumenti di domanda non stimolerebbero occupazione, ma perche'  le politiche keynesiane presupponevano una struttura sociale in grado di fornire un controllo sui redditi, un patto della produttivita' tra burocrazie sindacali e padroni, che mantenevano sotto controllo il saggio  di sfruttamento sociale a fronte della crescita economica.  Questa struttura sociale, questa composizione di classe e' andata via per sempre. Il capitale l'ha smantellata attraverso i  processi di ristrutturazione quando essa si era trasformata in composizione politica, e con il suo smantellamento ha anche distrutto la base materiale per la gestione sindacati-padroni del saggio di sfruttamento.Le lotte dell'operaio m!
assa h
anno definitivamente relegato nel passato quella realta'. Pertanto, non e' su posizioni arretrate chi difende la spesa sociale con lo scopo di allargare i servizi, per un controllo dal basso,  a patto che  venga inserito in un progetto politico di piu' vasto respiro. In un'impostazione in cui una battaglia contro la speculazione finanziaria, per es., non sia espressione semplicemente di una lotta contro il ricatto del debito pubblico, ma vada nella direzione della costruzione di un'opposizione di  massa contro i meccanismi che informanoil sistema monetario internazionale.  Oppure una mobilitazione per l'occupazione non sia impostata secondo criteri di redistribuzione che al limite potrebbero andare anche bene al capitale,, ma sia, invece, parte della battaglia piu' complessiva della classe operaia europea e internazionale contro il liberismo, lo sfruttamento, il profitto, per la riduzione generalizzata della giornata lavorativa mondiale, per la diminuzione dei ritmi, per un !
salario rapportato ai bisogni,
 e per il reddito sociale.  Il problema e' finalizzare la lotta di classe per scardinare il sistema non per ricercarne impossibili  sbocchi riformisti.

Globalizzazione dei processi produttivi
Un secondo significato che generalmente si attribuisce al termine globalizzazione e' quello relativo alla produzione. Non c'e' dubbio che nell'ultimo ventennio, una tendenza in questo senso ci sia stata. I processi  di ristrutturazione al nord, a seguito della conflittualita' degli anni settanta, ha portato allo stabilimento di linee produttive in zone del mondo ove i salari notevolmente piu' bassi e i ritmi produttivi piu' alti garantiscono ad imprese tansnazionali margini di profitti piu' elevati. Si e' verificata dunque una diffusione a pelle di leopardo nel sud del mondo di  zone industriali per l'esportazione, zone create dai governi locali che garantiscono alle imprese regimi fiscali favorevoli, l'uso di discrete strutture e una massa inesauribile di  mano d'opera a bassissimo  costo. Non di solo profitto, di  alta produttivita' e bassi salari si tratta.
La distruzione progressiva del modo di produzione preesistente, delle attivita' economiche tradizionali locali, va di pari passo  con lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturale e la devastazione ambientale. Corea del Sud, Taiwan, Messico, Malesia, Haiti e Brasile sono i paesi che hanno il numero piu' alto di  lavoratori in queste zone, ma il triangolo industriale a sud della Cina sta avendo un notevole sviluppo negli ultimi anni. La maggior parte delle industrie in queste aree e' di proprieta' delle grandi imprese transnazionali e la maggior parte del lavoro e' generato nel settore elettronico, tessile e dell'abbigliamento. C'e' da dire pero' che l'impiego totale in queste zone non e' enorme, sebbene abbia subito una notevole crescita negli ultimi anni. L'impiego totale nelle maquiladoras messicane e' per esempio cresciuto da 110.000 nel 1980 a 500.000 lavoratori nel 1992. In Asia vi sono circa 700.000 lavoratori. Il dato significativo e' la proporzione di mano d'opera!
 femmi
nile. La maggior parte dell'impiego in queste zone in Asia e' costituito da lavoratrici nubili tra i 17 e i 23 anni, con punte dell'88% in Sri Lanka, Taiwan e Malesia, e attorno al 75% nella Corea del Sud  e nelle Filippine. Spesso si fa ampio uso di "contratti di formazione" per mezzo dei quali la mano  d'opera e' pagata solo il 60% del minimo salariale locale ed e' ripetutamente licenziata e riassunta, cosi' da garantire ai padroni un taglio permanente ai salari. Nell'analizzare la globalizzazione dei processi produttivi bisogna tenere presente che le traformazioni in atto sono piu' complesse di un semplice trasloco della fabbrica fordista dal nord al sud del mondo. Due sono i  dati che ci devono far riflettere. In primo luogo,  allo stato  attuale neanche una delle piu' grandi imprese transnazionali si puo' definire propriamente globale. Su cento delle maggiori imprese transnazionali abbiamo che quaranta generano almeno meta' delle loro vendite all'estero; meno di venti m!
anteng
ono meta' dei loro impianti di produzione all'estero; a parte poche eccezioni, la direzione e gli stili di management rimangono nazionali; con ancor meno eccezioni, la ricerca e lo sviluppo rimangono fermamente sotto il controllo domestico, e la maggior parte delle imprese sembra ritenere la globalizzazione della finanza d'impresa come cosa troppo incerta. In secondo  luogo, la stragande maggioranza dei flussi di investimento tra nazioni avviene all'interno della triade Usa-Europa-Giappone. Si calcola che negli anni '80 i quattro quinti  dei movimenti di capitale internazionale si e' svolto in queste regioni. Sebbene in questo  periodo il tasso di crescita annuale dell'investimento estero nei paesi in via di sviluppo sia  quasi duplicato, e' anche vero che la quota di investimento estero nei paesi in via di sviluppo sul totale mondiale e' calata dal 25% al 19%.
In definitiva, questi dati inducono a pensare che la globalizzazione piu' che essere un fatto compiuto, una realta' data,  sia un obiettivo strategico del capitale, che, come tale, puo' fallire. Un obiettivo perseguito da due strategie "globali" alternative. La  prima propriamente chiamata globalizzazione  ha come obiettivo una divisione internazionale del  lavoro  all'interno dell'impresa transnazionale. Il fine e' un'integrazione verticale del processo produttivo, e quindi la suddivisione di quest'ultimo sul globo  secondo criteri di costi comparati. I tipi di produzione che richiedono una bassa proporzione di capitale e un'alta proporzione di lavoro vivo, vengono  destinati ad aree a bassi salari. Le produzioni di quelle componenti che invece richiedono tecnologia sofisticata o servizi ad alto valore aggiunto vengono concentrati in aree che offrono le strutture e l'ambiente adatto. Questa strategia non e' dunque altra   che il proseguimento di una strategia fordista di ve!
cchio
tipo in forme e contesti nuovi. La fabbrica diventa una fabbrica globale, i cui reparti vengono dispersi sul globo.  La dispersione geografica di diversi tipi di lavoratori  nella scala gerarchica salariale costituisce una barriera alla circolazione delle lotte, ma poiche' la produzione e' comunque concetrata nei paesi d'origine, questa strategia globale serve anche come minaccia per guadagnare potere contrattuale nei confronti della forza lavoro interna. La seconda strategia globale, chiamata localizzazione globale o glocalizzazione, ha come obiettivo lo stabilimento  di una divisione internazionale del  lavoro tra imprese in zone geograficamente delimitate all'interno della triade Usa-Europa-Giappone. Questa strategia alternativa si basa piu' su  una filosofia manageriale toyotista che fordista. Le imprese tentano  di glocalizzare attraverso il subappalto di determinati  cicli produttivi e il controllo strutturale di una rete di fornitori. Per questo motivo, tale strategia!
 si basa in larga parte sull'esist
enza nel nord del mondo di mercati del  lavoro deregolamentati e di  una forza lavoro flessibile.
La prima osservazione che va fatta e' che la globalizzazione e la glocalizzazione tendono a produrre effetti contraddittori. Per quanto riguarda il commercio internazionale, la prima tende a stimolarlo insieme alla divisione internazionale del lavoro, mentre la seconda, concentrando la produzione all'interno dei vari blocchi, tende a ridurlo. Cio' significa che l'economia-mondo non e' soggetta ad una dinamica strutturale dominante in quanto l'integrazione gerarchica nord-sud (effetto della globalizzazione) o la dicotomia sviluppo-sottosviluppo tra nord e sud (effetto della glocalizzazione) sono entrambi possibili scenari risultanti dalla prevalenza di una strategia sull'altra. . Le tendenze in atto prese nel loro insieme quindi non sembrano condurre ad un soggetto lavorativo omogeneo da punto di vista del suo rapporto col lavoro e col contratto di lavoro e quindi col salario, e neanche una distinzione netta tra lavoratori del nord e del sud del mondo. La verticalita' persegu!
ita da
lla strategia della globalizzazione sfrutta i bassi salari del Sud del mondo e li usa anche come arma contrattuale contro i lavoratori del paese d'origine dell'impresa per spingere i loro salari verso il basso.  Esso inoltre sfrutta anche  i lavoratori qualificati del sud, gli ingegneri, i tecnici, i programmatori, che in maniera crescente stanno entrando nei ranghi delle imprese transnazionali a costi che sono solo una frazione di quelli del Nord. L'orizzontalita'  della  glocalizzazione si basa sulla dicotomia tra la gestione toyotista della forza lavoro dell'impresa madre (partecipazione, qualita', ecc.) e l'utilizzo di una forza lavoro dispersa sul territorio attraverso lo  strumento del subappalto. Quest'ultima si basa su un mercato del  lavoro deregolamentato che induce i  lavoratori ad una maggiore competizione e "flessibilita'". Il risultato netto dell'interazione tra queste due strategie, tra globalizzazione e glocalizzazione, e' quindi la presenza simultanea di svi!
luppo e  sottosviluppo in ogni pae
se, citta' o addirittura rione del mondo.

Globalizzazione e composizione di classe
Connesso a questo discorso sulla globalizzazione e' il discorso intorno alla composizione di classe che in questa parte affrontiamo dal punto di vista della costituzione della sua soggettivita' e della sua ricomposizione politica. Partiamo dalla constatazione di fondo che il modo attraverso cui si organizza la produzione sociale non risponde a neutrali necessita' tecniche, al contrario e' il prodotto di un precedente conflitto di classe. La base proliminare del successo del capitale risiede nella sua capacita' di occultare che il declino della societa' fordista e' dipeso dallo scontro dei decenni passati tra le classi. L'immissione massiccia nel ciclo produttivo, l'uso di massa dell'informatica e della telematica, l'ondata che ha travolto i vecchi punti  di riferimento, sono stati  tutti la risposta che il capitale transnazionale ha dato alle lotte e alle conquiste operaie degli  anni '60 e '70. Partire da queste verita' e' fondamentale, poiche' il processo di identificazion!
e poli
tica di una composizione di classe deve partire dalla critica del carattere socialmente neutro e progressivo che si vuole dare alle forze produttive.La scienza non e' neutrale, e' scienza del capitale. La scienza, la tecnologia, l'organizzazione del lavoro, vanno sottratte alla presunta oggettivita' dello "sviluppo delle forze produttive", in se' razionale e votato al progresso, e vanno, invece, indicati come il luogo centrale del dominio capitalistico.  Con cio' recuperando a pieno la forza della propria soggettivita' nella consapevolezza che il limite allo sviluppo capitalistico sta unicamente nell'insubordinazione della classe operaia, nel suo rifiuto della razionalita' dispotica, e non in presunti limiti immanenti del movimento del capitale.
La globalizzazione, il comando del capitale su scala mondiale,. impongono una rilettura dell'opera di Marx e di quella preziosa esperienza che fu l'operaismo degli anni '60. Sul piano teorico va recuperata la categoria della soggettivita' di contro all'altra di oggettivita' dal momento che la composizione di classe mondiale, nelle sue differenze e infinite pluralita', ha interesse nel mettere al centro della teoria, dell'analisi politica e della prassi, se stessa in lotta contro il capitale. Un compito essenziale della composizione di classe e' quello di mettere in campo risorse politiche e culturali, finalizzate al ritorno sulla scena sociale dell'idea della trasformazione, del  fare, anziche' quello dell'immutabilita' e del vincolo esterno.  In tal modo la composizione di classe dimostrera' che non e' semplicemente struttura della forza-lavoro, un concetto che sta dentro alle categorie sociologiche e sindacali, ma bensi' essa risponde ad una sedimentazione di esperienze di!
 lotta
 aperta o sotterranea, organizzata o "spontanea", ossia organizzata direttamente attraverso  i meccanismi interni di comunicazione operaia. La composizione di classe come un work in progress, avente in se' il potenziale di lotta e di trasformazione, che a seconda  delle finalita' che si da' sceglie le pratiche dello scontro, le contraddizioni su cui  incidere, i  processi organizzativi da concretizzare. Insieme dei salariati e dei non-salariati, che si definisce da se', attraverso   le lotte che lo compattano, i bisogni che esso sviluppa autonomamente e la precezione che in questo modo acquista di se stesso e del proprio ruolo.
Il fatto che la contraddizione capitale-lavoro venga messa al centro  della riflessione teorica e dell'impegno politico, e il fatto che, conseguentemente, si cerchi un punto di riferimento nella sua variegata composizione  da cui sviluppare analisi del modo di punto di produzione e ipotesi di  progetto, non vuole dire certo che si ritorna alla centralita' del luogo-fabbrica.. Si vuole, rimettendo  al centro la classe operaia, avere un concetto estensivo che comprenda le infinite figure della composizione di classe. Pertanto, non si tratta del'alternativa tra diverse figure sociologiche: operai di fabbrica da una parte, precari, disocupati, studenti, ecc., dall'altra. Il dibattito non e' delimitabile nei confini della sociologia e il problema non e' quello dell'identificazione di  un'insieme di figure produttive, salariate o non, rispetto ad altre. In questo contesto, il lavoratore collettivo, di cui parlava Marx, e' oggi visibile, e' il prodotto della scomposizione della pre!
cedent
e composizione di classe dell'operaio massa, in una realta', che se vede rinnovata la contraddizione capitale/lavoro, vede modificata strutturalmente la fabbrica che si deteritorializza, pervade lo spazio, succhiando in ogni luogo della metropoli plusvalore, determinando in modo complessivo lo sfruttamento, fino a delineare una fabbrica sociale, la cui legge e' la valorizzazione del capitale e la sussunzione  reale del  lavoro.
Volendo concludere queste considerazioni finali, proprio in rapporto al filo conduttore della globalizzazione e della composizione di classe, della sua ricomposizione politica su scala nazionale, continentale e internazionale, va detta qualche parola circa un modello che sia a un tempo capace di mettere in comunicazione e di finalizzare le lotte al proseguimento di obiettivi politici di  fase che si pongano nell'ottica di dispiegare un'opposizione sociale di massa  contro il liberismo nei suoi  vari aspetti, nella sua multiforma presenza economica, culturale, politica.  La composizione mondiale del lavoro e del non lavoro, del lavoro salariato come di quello non salariato, abbiamo gia' detto, ha infinite forme, e puo' trovare la sua multiforme espressione in un modello circolare. Sotto questo aspetto, tutti i punti della circonferenza sono essenziali per comporre la figura, mentre ognuno, a se stante, non significa nulla. Il punto geometrico non ha dimensioni. Con la circonf!
erenza non esiste alto e basso, ce
ntro e periferia, vertice e base. E' necessario un meccanismo di cooperazione.  Cooperazione, circolazione delle lotte, ricomposizione politica, sono oggi  inscritte non nella buona volonta', ma nella realta', nelle condizioni politiche che sono andate maturando in questi ultimi anni. La globalizzazione impone un livello complessivo
di scontro, pertanto una ricomposizione delle soggettivita'  quale sforzo fatto su un piano nazionale e' soltanto propedeutico ad una comunicazione e circolazione piu' complessive, a  cui tutte le opposizioni sociali e politiche, che a livello internazionale si oppongono al liberismo, allo sfruttamento, ecc., possano fare riferimento, trovando in esse risorse da utlizzare, intelligenze da mettere in comune, progetti da perseguire.
E' in questo contesto che va inserito  il tentativo che si vuole fare in Italia di mettere in cooperazione e circolazione le esperienze di  lotta e le soggettivita' che in questi ultimi anni si sono sedimentate sul territorio. Non un processo  organizzativo fine a se stesso, con il respiro corto, dunque, bensi' la proposta di  creare un luogo  deputato al dibattito che puo' diventare un laboratorio politico di progetti e di iniziative politiche.



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